L’Amicizia
Era una mattina frizzante e Dagor era in cammino attraverso il bosco per giungere nel paesino che apriva le porte all’immensa pianura.
Aveva percorso quel tragitto innumerevoli volte e conosceva il sentiero come le stanze della sua grande casa di città. Il terreno si muoveva placido sotto di lui ed il rumore delle ruote era attutito dal soffice manto di foglie cadute e dalla nebbia che ancora indugiava tra gli alberi del bosco.
Il carro era trainato da Mesip, il suo fido baio, oramai giunto quasi all’età della pensione. A differenza del padre, Dagor non avrebbe portato il suo amico di tante avventure da John il macellaio. Aveva già pensato a tutto. Una volta di ritorno da questa lunga escursione commerciale nelle pianure avrebbe condotto Mesip nella sua tenuta a nord di Lenor e lì gli avrebbe fatto trascorrere gli ultimi anni in pace tra splendidi querceti e foraggio in quantità. Si sentiva molto soddisfatto di aver preso questa decisione.
Erano cresciuti assieme e Mesip era molto di più di un semplice animale da traino. Alcune volte sembrava proprio che comprendesse le parole e molto spesso riusciva a leggere l’umore di Dagor prima ancora che lui entrasse nella stalla. Capitava la stessa cosa anche a Dagor, sentiva se Mesip era triste o stanco, gioioso o pieno di energie per una corsa.
Quella mattina Mesip si fermò al bivio. Dagor sollecitò con il solito schioccar della lingua, ma il quadrupede non si mosse. Allora Dagor scese dal carro e andò a parlare al cavallo. “Mesi come mai non andiamo? Non mi pare tu sia stanco! Non vuoi andare verso le pianure? Dove poter correre e mangiare felice?” Il cavallo abbassò il capo e lo strusciò contro il petto dell’amico. Dagor si avviò per la strada per spronare con un esempio la strada da prendere. Mesip nitrì profondamente, come se fosse un avvertimento. Dagor si fermò. Si girò verso l’amico e tornò indietro. “Ci sono i lupi eh? Hai paura di loro perché sei attaccato a questo carro… E va bene allora allungheremo di qualche giorno ma non passeremo per il centro del bosco. Contento?” Mesip scalpitò e cercò di arretrare.
“Su su Mesip” incitò nuovamente Dagor “non è una strada difficile ed i briganti non vi sono più!”. Carezzò l’amico e tornò sul carro.
Mesip sospirò rumorosamente… e si rimise in marcia prendendo la strada che si dirigeva verso il bordo orientale del grande bosco.
Erano due giorni che attraversavano quel grande polmone verde e per la prima volta Dagor si accorse che non vi era un suono. Non era possibile. Come poteva il grande bosco non emettere neppure un sussurro?
Ebbe un fremito di paura e pensò di staccare Mesip dal carro e fuggire al galoppo lasciando tutta la mercanzia. Poi scrollò la testa, si girò e prese la balestra, la caricò con un dardo ben appuntito e cominciò a scrutare ogni anfratto buio mentre il carro proseguiva alla sua normale andatura.
La notte scese improvvisamente, Dagor non voleva fermarsi ma Mesip non poteva continuare a trainare quel carro pesantissimo. Nonostante non desse alcun segno di cedimento Dagor sapeva che senza un buon riposo Mesip si sarebbe infortunato.
Trovata una radura slegò Mesip e cominciò a prepararsi per la notte. Mentre accendeva il fuoco un fremito di gelo gli attraversò la spina dorsale. Mesip era immobile verso l’oscurità, le orecchie abbassate, lo sguardo fisso.
Poi l’oscurità prese forma. Una forma impossibile. Una forma che non doveva esistere. E più Dagor guardava questo essere o cosa che si avvicinava più era sicuro che quell’incubo doveva provenire da qualche infero.
Accadde tutto in pochissimi istanti. L’essere si scagliò contro Dagor con una furia ed una velocità inaudite. Dagor era ancora immobilizzato dal terrore.
E mentre non riusciva neanche a rilassare i muscoli dell’addome per poter respirare ebbe una prova di cosa significasse la parola Amicizia.
Mesip si lanciò tra l’orrida bestia e lui. Scalciò con gli zoccoli anteriori e provò persino a mordere un arto dell’incubo vivente. Ma quel terrore di altri tempi non fu turbato minimamente dalla reazione. Volse i suoi artigli e la sua attenzione verso l’amico quadrupede ed assestò due letali colpi al coraggioso Mesip che cadde come una bambola rotta dinanzi l’attonito Dagor.
Lo sguardo di Dagor si incontrò con quello di Mesip. L’uno terrorizzato l’altro agonizzante. Dagor non riuscì a far altro che porsi dinnanzi l’orribile creatura con la sua spada corta, l’agitò alla cieca con lo sguardo ancora sull’amico agonizzante per far fuggire quell’incubo dalla sua vista, dalla sua Vita. Ciò che udì fu un urlo straziante e poi si trovò riverso in una posizione impossibile sull’amico Mesip. Prima di chiudere gli occhi i due sguardi si incrociarono. Prima di chiudere gli occhi si dissero ancora una volta grazie.