… sono così …

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Danielle osservava attentamente la linea del suo corpo. Era ben delineato nella semioscurità della sua stanza, i lunghi capelli color miele d’acacia accarezzavano il corpo sottile fino la fine della schiena, le gambe ben rifinite reggevano come due snelle colonne ioniche il corpo atletico, le spalle morbide ma forti rappresentavano la base per il dolce viso in cui erano incastonati due grandi smeraldi ed un piccolo nasino all’insù.

Era crudele da parte sua. Le aveva donato un bel corpo ma anche quell’orribile maledizione. Erano già tre oramai gli eventi nefasti… non poteva più esser una coincidenza. Prima Mark, poi Gary e per ultimo John. Ovviamente nessuno aveva pensato a lei, e come avrebbero potuto? Erano stati tre incidenti, per lo più la colpa era evidentemente dei suoi partner, troppo assonnati, troppo alcool, troppa superficialità. L’unica cosa che avrebbero potuto dire è che avrebbe dovuto sceglier meglio con chi si accompagnava…

Ma Danielle sapeva. I sogni si ripetevano troppo di frequente. Prima le voci che la pregavano di non avvicinarsi ai ragazzi. Poi gli avvertimenti con rappresentazioni di incidenti mortali, infine quella immagine che non comprendeva, come un vortice di suoni e colori che trovava così affascinante e familiare.

Erano due settimane che quel sogno si ripeteva con cadenza estenuante. La voce di quell’essere indefinito che le ripeteva “Svegliati Danielle, non c’è molto tempo… Svegliati!” e poi quella strana costruzione recintata con dentro tutte quelle persone… poi un grido… il suo… ed il risveglio.

L’oscurita oramai avvolgeva la stanza. Lacrime solcavano il bel viso e scendevano, percorrendo il corpo nudo, verso il pavimento di quercia. Non v’era speranza… sarebbe rimasta sola per tutta la Vita.

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Non potete capire…

Il vento freddo sferzava violento sulla torre. La luna era rossa. Il castello dominava l’ampia vallata. Oramai nulla poteva frapporsi tra lui e la conquista del trono. Nulla era stato più violento nella rappresaglia, più spietato nella furia omicida, più astuto nell’insinuare mille dubbi sulla lealtà degli altri.

Ed ora su quella torre ove il vento gelato del nord riscaldava il suo freddo intento Drust era attraversato dai pensieri che aveva sempre azzittito in un angolo del proprio essere.

“Nessuno può capire. Nessuno va oltre l’apparenza. Nessuno sa come si ci sente ad essere il cattivo. Quello che tutti disprezzano, quelli che molti temono. Ma io non sono solo questo!

Ho anche dei sogni, ho dei desideri, che non sono vuoti come sembra esserlo la mia coscienza.

Nessuno può capire come ci si sente maltrattati, mai fidati, solo dietro i miei occhi celesti. Quegli stessi occhi che hanno visto tante vite spegnersi, tanti amori spezzarsi. Nessuno capisce che quello che faccio lo faccio perché devo, perché è l’unico modo che mi allontana dal vuoto che ho intorno. 

L’unico modo che mi è stato insegnato per ottenere quello che per me è Amore. Solo. Nulla attorno che possa indebolirmi, nulla su cui si ci possa far leva per fermare l’inevitabile. Nessun amico, nessuna persona a cui posso confidare ciò che sono. Dietro questi due occhi freddi, impenetrabili… c’è qualcosa, qualcuno che strilla, che ha sempre strillato, ma oramai il suo fato è segnato.

Senza di me non esisterebbero gli eroi, senza di me non esisterebbe la Lega delle Città Libere, senza di me non vi sarebbe la Torre Bianca. Io sono colui che porta la Luce in queste tenebre, io sono colui che si immola, attirando su di se l’Odio di qualsiasi essere vivente per poter mondare questa terra da tutto il male. Io ho deciso che tutto il Male sia in me, che io sia l’essenza… ma non tutto in me è Male, non tutto è Bieca ricerca del Potere per il potere. Io sono un essere vivente ed in quanto tale mi è stato donato tutto bene e male, forza e debolezza, stupidità e scaltrezza, Amore ed Odio, gioia e tristezza! Poi ciò che ho fatto con questi doni sono affar miei. Ma non posso, non riesco ad sdradicare completamente gli opposti.”

Un soffio, un alito di vento meno teso, un cigolio non “corretto”. Ecco, il Bene che era pronto a distruggere il Male. Drust si voltò e lo vide. Vide l’ennesimo valoroso, puro, giovane, bello, forte, cavaliere senza macchia e con poca paura. Era tentato, tentato di affidare il suo ruolo a qualcun altro… ma sapeva che questo non poteva ancora avvenire. Sapeva che vi era ancora del tempo prima che il suo successore fosse pronto. Sorrise Drust, sorrise perché di nuovo la Vita era piena, anche in quel giorno in cui tutto poteva sfuggire come nuvole al vento.

Il valoroso si lanciò contro Drust. Scintille di lame che si scontravano fermando il percorso letale. Poi Drust non udì più i suoi pensieri. Sentì solo l’istinto che lo guidava. Ora era Drust il sanguinario. Drust il potente. Drust il maledetto. Drust dagli occhi di ghiaccio.

Poco dopo l’eco del tonfo di un corpo si udì per centinaia di metri.

Drust sapeva di aver ceduto alla misericordia, altro sentimento in contrasto con ciò che lui rappresentava. Aveva lanciato il valoroso dalla torre invece che farlo torturare per settimane e settimane. 

Doveva far presto. Non riusciva più a sopportare questo peso dicotomico che lo lacerava. E nessuno comprendeva. Nessuno sapeva dei suoi sogni, dei suoi desideri più profondi, della Vita che scorreva dentro di lui e cercava tutte le possibili scappatoie per esplodere al di fuori.

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L’Amicizia

Era una mattina frizzante e Dagor era in cammino attraverso il bosco per giungere nel paesino che apriva le porte all’immensa pianura.

Aveva percorso quel tragitto innumerevoli volte e conosceva il sentiero come le stanze della sua grande casa di città. Il terreno si muoveva placido sotto di lui ed il rumore delle ruote era attutito dal soffice manto di foglie cadute e dalla nebbia che ancora indugiava tra gli alberi del bosco.

bosco_nebbia

Il carro era trainato da Mesip, il suo fido baio, oramai giunto quasi all’età della pensione. A differenza del padre, Dagor non avrebbe portato il suo amico di tante avventure da John il macellaio. Aveva già pensato a tutto. Una volta di ritorno da questa lunga escursione commerciale nelle pianure avrebbe condotto Mesip nella sua tenuta a nord di Lenor e lì gli avrebbe fatto trascorrere gli ultimi anni in pace tra splendidi querceti e foraggio in quantità. Si sentiva molto soddisfatto di aver preso questa decisione.

Erano cresciuti assieme e Mesip era molto di più di un semplice animale da traino. Alcune volte sembrava proprio che comprendesse le parole e molto spesso riusciva a leggere l’umore di Dagor prima ancora che lui entrasse nella stalla. Capitava la stessa cosa anche a Dagor, sentiva se Mesip era triste o stanco, gioioso o pieno di energie per una corsa.

Quella mattina Mesip si fermò al bivio. Dagor sollecitò con il solito schioccar della lingua, ma il quadrupede non si mosse. Allora Dagor scese dal carro e andò a parlare al cavallo. “Mesi come mai non andiamo? Non mi pare tu sia stanco! Non vuoi andare verso le pianure? Dove poter correre e mangiare felice?” Il cavallo abbassò il capo e lo strusciò contro il petto dell’amico. Dagor si avviò per la strada per spronare con un esempio la strada da prendere. Mesip nitrì profondamente, come se fosse un avvertimento. Dagor si fermò. Si girò verso l’amico e tornò indietro. “Ci sono i lupi eh? Hai paura di loro perché sei attaccato a questo carro… E va bene allora allungheremo di qualche giorno ma non passeremo per il centro del bosco. Contento?” Mesip scalpitò e cercò di arretrare.
“Su su Mesip” incitò nuovamente Dagor “non è una strada difficile ed i briganti non vi sono più!”. Carezzò l’amico e tornò sul carro.
Mesip sospirò rumorosamente… e si rimise in marcia prendendo la strada che si dirigeva verso il bordo orientale del grande bosco.

Erano due giorni che attraversavano quel grande polmone verde e per la prima volta Dagor si accorse che non vi era un suono. Non era possibile. Come poteva il grande bosco non emettere neppure un sussurro?
Ebbe un fremito di paura e pensò di staccare Mesip dal carro e fuggire al galoppo lasciando tutta la mercanzia. Poi scrollò la testa, si girò e prese la balestra, la caricò con un dardo ben appuntito e cominciò a scrutare ogni anfratto buio mentre il carro proseguiva alla sua normale andatura.

La notte scese improvvisamente, Dagor non voleva fermarsi ma Mesip non poteva continuare a trainare quel carro pesantissimo. Nonostante non desse alcun segno di cedimento Dagor sapeva che senza un buon riposo Mesip si sarebbe infortunato.
Trovata una radura slegò Mesip e cominciò a prepararsi per la notte. Mentre accendeva il fuoco un fremito di gelo gli attraversò la spina dorsale. Mesip era immobile verso l’oscurità, le orecchie abbassate, lo sguardo fisso.

Poi l’oscurità prese forma. Una forma impossibile. Una forma che non doveva esistere. E più Dagor guardava questo essere o cosa che si avvicinava più era sicuro che quell’incubo doveva provenire da qualche infero.

Accadde tutto in pochissimi istanti. L’essere si scagliò contro Dagor con una furia ed una velocità inaudite. Dagor era ancora immobilizzato dal terrore.
E mentre non riusciva neanche a rilassare i muscoli dell’addome per poter respirare ebbe una prova di cosa significasse la parola Amicizia.

Mesip si lanciò tra l’orrida bestia e lui. Scalciò con gli zoccoli anteriori e provò persino a mordere un arto dell’incubo vivente. Ma quel terrore di altri tempi non fu turbato minimamente dalla reazione. Volse i suoi artigli e la sua attenzione verso l’amico quadrupede ed assestò due letali colpi al coraggioso Mesip che cadde come una bambola rotta dinanzi l’attonito Dagor.

Lo sguardo di Dagor si incontrò con quello di Mesip. L’uno terrorizzato l’altro agonizzante. Dagor non riuscì a far altro che porsi dinnanzi l’orribile creatura con la sua spada corta, l’agitò alla cieca con lo sguardo ancora sull’amico agonizzante per far fuggire quell’incubo dalla sua vista, dalla sua Vita. Ciò che udì fu un urlo straziante e poi si trovò riverso in una posizione impossibile sull’amico Mesip. Prima di chiudere gli occhi i due sguardi si incrociarono. Prima di chiudere gli occhi si dissero ancora una volta grazie.

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Un pomeriggio pericoloso

La giornata scorreva placidamente, il sole morente era nascosto dalle nuvole ma di tanto in tanto si affacciava per ricordare a tutti la propria esistenza. Vincent ossevava il bosco poco distante sorseggiando il suo té di foglie di Leuno. Era tranquillo nonostante tutto, era orgoglioso di essere stato scelto. Non tutti avrebbero potuto farlo. In realtà il numero di persone che avrebbero potuto farlo si poteva contare sulle dita di una mano. E lui era stato scelto.

La radura era calma ma il puledro cominciò improvvisamente a scalciare. Tirava la corda con cui era legato alla vecchia quercia. Vincent si mise in piedi. Cercò di scorgere dei segni. Nulla… poi improvvisamente tutto il bosco si azzittì e si udì un urlo agghiacciante; non per intensità o ferocia ma per ciò che nascondeva tra le sue pieghe. Qualsiasi cosa fosse che aveva generato quell’urlo sicuramente era straziata da una necessità vitale, da un dolore che non si esauriva nella sola tortura fisica, andava ben al di là di tutto ciò che un corpo può sopportare e sconfinava nei tenebrosi recessi dell’anima.

Vincent slegò il suo puledro. Fece mente locale su quale fosse la strada percorsa per arrivare in quella solitaria radura e cominciò a galoppare. Non era così distante dal paese e poteva tornarci sicuramente prima del tramonto. L’unico suono udibile era lo scalpiccio del galoppo forsennato. Il vento si era fermato, il bosco azzittito, il sole affievolito.

L’uscita dal bosco non era distante che poche centinaia di metri, il puledro cominciava ad esser affaticato. Poi quell’odore acre invase tutti i sensi, gli occhi lacrimavano, la pelle bruciava, conati di vomito salivano per la bocca, le narici andavano in fiamme e nuovamente quel grido disumano.

Troppo vicino, pensò Vincent, troppo poco tempo per prepararsi. L’unica speranza di salvezza era il paese, magari questa cosa non avrebbe avuto il coraggio di venire allo scoperto.

Il terreno sfrecciava sotto gli zoccoli rutilanti, l’uscita era ad un passo, poteva già sentire la brezza della campagna. Una macchia rossa dinanzi il viso lo colse di sorpresa. Un poderoso colpo sordo invase le sue orecchie ed infine ascoltando il corpo sentì che qualcosa si era spezzato dentro. Gli occhi osservavano il puledro che si allontanava velocemente al galoppo, le orecchie udirono i passi pesanti di quella cosa che stava per spezzare la sua Vita.

La terrore bloccava Vincent al suolo, non riusciva a voltarsi verso quell’orrore che stava, oramai lentamente, avvicinandosi. Il sudore freddo, il battito cardiaco impazzito, un nodo alla gola, le budella attorcigliate, le gambe paralizzate, il corpo scosso da tremiti incontrollabili, gli occhi fissi sul puledro che galoppava distante, le dita contratte nella terra fresca… il suono dell’inevitabilità.

Vincent superò tutto questo. Un respiro, un respiro profondo e girò la testa verso l’orrore. Il terrore aumentò, dilagò ovunque, ma lui resistette. Guardò verso quello che doveva essere il viso della cosa. Lo guardò intensamente. Fisso. Immobile. Vide l’artiglio alzarsi e lo seguì fin quando il colpo non raggiunse il bersaglio.

In paese videro passare il puledro di Vincent. In paese seguirono il puledro fino alla fattoria. Un urlo di dolore si levò. Gli fece eco un urlo di straziante ferocia.

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Un emozione… può aprire il vero mondo

“Jennifer che ci fai lì tutta sola?… Ma stai piangendo? Che c’è?”

“…. sniff… (tira su con il nasino) … sono sempre loro… io non ho fatto nulla e loro tre sono venute da me e hanno cominciato come al solito… prima dicono che sono mie amiche e poi cominciano col prendermi in giro… dicono che sono stramba… che sono sempre con la testa tra le nuvole… che non sono alla loro altezza… e poi Loredana ha cominciato a tirarmi i capelli… le altre l’hanno imitata… e mi hanno fatto male… io ho cominciato a piangere e loro continuavano… più io piangevo e più loro continuavano… mi hanno dato anche schiaffi….”. Le parole fluivano come un torrente in piena, quasi senza la possibilità di riprender fiato, la voce era rotta ogni tanto da un singhiozzo ma Laurel percepiva un’energia che la pervadeva… qualcosa si muoveva in Jennifer… da dentro.

“Dai lo sai che sono così… ma tu che ci facevi qui? E’ la loro zona questa, devi sempre star con qualcuno più grande. Però non ti hanno picchiato come l’altra volta. Si sono scocciate? Dovevano andare a comprare i trucchi?”

“Si,… all’improvviso, dopo essersi prese i soldi una di loro si è slogata il polso dandomi uno schiaffo… io non l’ho sentito ma lei ha gridato. Loredana allora mi ha dato un calcio ma ha inciampato in una pietra e le si è rotto il tacco… io allora mi sono rannicchiata nell’angolo pensando che continuassero… ma loro non mi guardavano più. A Sheryl le si era rotta un’unghia finta. A quel punto senza dir nulla sono andate via… e io… ero contenta che avessero finito.
Sai una cosa Laurel? Le ho guardate di sottecchi mentre si allontanavano per capire se stavano facendo finta… e dalle spalle ho visto una strana luce che le avvolgeva… in realtà più che una luce era una mancanza… una specia di oscurità che le circondava… mi ha fatto paura all’inizio… ma poi mi è dispiaciuto per loro…”

“Uhmmm… Ho capito… facciamo così piccola, andiamo a casa mia che ti do un pò di pane e miele. E poi andiamo da Mamma Abla che ti deve parlare di qualcosa”.

Mentre le due ragazze si allontanavano un’ombra ritornava verso l’angolo da cui era stata chiamata… sembrava che l’ombra fosse tronfia e ridente… per quanto un’ombra tetra e nera lo possa essere…

La vita ha strani modi per presentarsi a voi… siate sempre attenti come se fosse l’ultimo secondo che sperimentate in questa forma.

by Rak

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Notizia a cui si è ispirato il racconto

Ciao a tutti coloro che sono curiosi di sapere da dove ho preso la notizia da cui ho derivato il racconto.

Seguendo il link troverete una delle fonti da cui mi sono informato.
Se volete potete ancora cercare… se non ce la fate più seguite il link.
Ciao by Raksati

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Il seme della rinascita 6/6

Smith era esterrefatto da ciò che stava vedendo sul portatile del computer collegato con i due Androidi da combattimento. Una creatura mutata geneticamente aveva assalito il V3 e nonostante le ferite inflitte a quell’essere si era perso il collegamento.
Il secondo, V4, aveva incontrato quella donna sicuramente con poteri mentali causati da modifiche genetiche. I superiori avevano detto che non sarebbe stato facile recuperare questi due esperimenti fuggiti dalla base militare europea. Erano molto pericolosi. Avevano anche aggiunto di recuperare, vivi, i figli. Lo studio di questi errori poteva servire ad impedirne di futuri. Ma ora cosa fare? I due androidi non rispondevano più. I due scout avevano le funzioni vitali azzerate.
Smith ci rifletté un attimo, attese qualche minuto per assicurarsi che non vi fossero movimenti provenienti dall’abitazione. Infine ordinò alla squadra speciale di entrare in casa e recuperare tutto.

La squadra ricevette l’ordine, non erano tesi, erano abituati a missioni del genere. Gli era stato detto che il virus era stato trafugato molti anni prima e ormai vari ceppi si erano diffusi in tutto il mondo, sarebbe stato duro curare tutti gli infetti. Ma era per salvaguardare la vita di tutta l’umanità.
Avevano già incontrato così tante mutazioni che non si sorprendevano più di nulla. Il Capitano John fece cenno di entrare da due punti differenti. Lui e altri tre della squadra forzarono la porta, mentre il Sergente Gambush e i restanti due membri penetrevano dal buco effettuato dal V3. Quello che tutti si trovarono di fronte era uno scenario di distruzione. Non avevano mai visto un modello V3 ridotto in quello stato. L’uomo che vi era avvinghiato era completamente nudo, le braccia inserite nel corpo della macchina. I due scout vennero trovati morti, uno con il collo spezzato, l’altro non aveva alcun segno di violenza. Il viso era solo deturpato da una maschera di terrore.
Si accostarono al V3. Era rimasto in modalità cuneo, ovvero tutti spunzoni che avevano lacerato il corpo di quell’uomo. Strana mutazione, peccato che non potevano portar via il corpo per studiarlo. Tracy stava effettuando una scansione di tutta l’area alla ricerca di forme di vita attive. Ma non trovò nulla. Il Capitano comunicò che il piano terra era libero e che la squadra di pulizia poteva venir a fare il suo dovere. Si apprestarono a salire al secondo piano. Non dovettero cercare a lungo, una volta saliti si trovarono sul corridoio dove si presentò una scena molto particolare. Il V4 era completamente senza il rivestimento in lattice e mostrava tutto il suo esoscheletro intatto. Ma sembrava essere completamente fuori uso. La donna che stava di fronte, a cinque metri dal V4, era morta. Trafitta da una delle lame del V4.
Tracy azionò lo scan per il V4. Tutti gli apparati sembravano funzionare ma era come se la macchina fosse… “morta”.
“Ma una macchina non può morire” Obiettò Gambush. “Non so spiegarmi altrimenti… signore. E’ come se non ci fosse più il controller centrale”.
“Controlla il piano dobbiamo trovare quei mocciosi ed andarcene nel più breve tempo possibile”. Tuonò il Capitano.
Tracy elaborò una nuova scansione dell’intero edificio, ma nessun essere vivente, oltre loro stessi, era presente nella casa colonica. Si divisero a coppie e cominciarono a controllare le varie stanze. Nulla. Tracy entrò in ciò che doveva essere la camera dei ragazzi. Ma non vi era nulla. Tutto era in ordnine, i letti mai toccati, i giocattoli sulla libreria. Era impossibile che lì ci fossero stati dei bambini, avrebbero sicuramente toccato qualcosa.

Passarono molte ore. Il silenzio regnava sovrano. Un motore lontano che si avvicinava. Una portiera aperta di scatto. Rumore di passi. Pesanti, agitati, angosciati. Ma oramai non vi era più spazio per la fiducia nel cuore di Lium.

Era esausto, Suom si accorse di lui solo grazie ai suoi acuti sensi.

Era ancora celato, era ancora protetto.
Ci volle tutta la sua perizia per riuscire a penetrare le barriere eteree poste dall’avatar di Lium.
E lì rannicchiati accanto al corpo tremante del bambino si trovavano i tre gemelli. Si palpava l’energia di quei quattro corpicini, si captava la rabbia, la paura, la disperazione.
Suom si avvicinò con cautela, aspettò che Lium lo riconoscesse.
Che si fidasse.
Che permettesse di essere toccato.
Infine Suom prese i bimbi, li nascose sotto una strana coperta, una coperta che aveva l’odore della mamma. Subito, spossati, i bimbi si addormentarono.
Si accese la macchina, Suom pronunciò parole oscure dirette verso quel posto e giurò a se stesso che avrebbe trattato Lium e i gemelli come figli suoi.
Figli di una guerra stupida ed ingiusta dettata dalla scarsa memoria del genere umano.

Lium non dormiva. Era un bambino speciale lui, così diceva la mamma.
Non guardava, era con gli occhi chiusi, eppure guardava.
Osservava ciò che era rimasto della bella casa colonica, ciò che era rimasto dei suoi genitori.
Era vero. Era un bambino speciale. Non si sarebbe mai dimenticato dei suoi genitori ed avrebbe insegnato ai tre gemelli ciò che il papà e la mamma erano e ciò in cui credevano.

Gli odori, i colori, tutto era più vivido qui in Marocco.
Ma la sua casa era altrove.

Raksati

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Il seme della rinascita 5/6

Alessandro continuava ad arretrare, come sempre aveva fatto la sua fazione da quando la realtà era stata così drasticamente limitata.

Il tradimento! Il tradimento era alla base di tutto, erano stati traditi da coloro che avevano promesso protezione. Adesso dovevano riorganizzarsi. Lui era stato sempre il fautore del confronto a viso aperto.

Anche questa volta, in una situazione così disperata, il suo modo d’agire prese il sopravvento. Lasciò che un paio di colpi arrivassero ma durante l’impatto i suoi robusti artigli si inoltrarono in quel manichino di latta alla ricerca di ciò che doveva essere il cuore pulsante d’energia. La macchina si accorse dell’intrusione e come unica difesa cercò di terminare il suo avversario più velocemente. Trasformò il suo viso e tutto il suo corpo in una serie di aculei argentei e come una vergine di norimberga mobile si abbracciò alla sua vittima.

Il dolore era lancinante ma la determinazione maggiore. Infine Alessandro trovò ciò che cercava. Una scatoletta da dove si percepiva fluire una enorme energia. L’afferrò e la stritolò. Nel contempo sentì che qualcosa in lui si era spezzato. Poi il silenzio.
Arianne fu presa dal panico, le sue forze stavano svanendo, la materia di cui era fatta quella macchina aveva proprietà che non riusciva a modificare… e si stava avvicinando sempre più, sempre più in fretta. Capì che null’altro era da fare. Si tolse il medaglione della nonna e lo lanciò nella stanza dei ragazzi, di colpo il corridoio ridivenne delle dimensioni originarie, il suo essere era concentrato solo sulla macchina, su quell’oggetto che voleva la distruzione di tutti i suoi cari. La macchina fu, per un attimo, disorientata, poi i suoi algoritmi si riconfigurarono sulla nuova situazione e l’attacco fu portato in modo preciso. Ma Arianne ormai non era più nella forma fisica, vedeva tutto il contorno con una lucidità a cui era avvezza nelle sue scorribande notturne con la nonna. Vedeva anche un ombra che si avvicinava ma non con la stessa minacciosa velocità di prima, ed anche ciò che si avvicinava era così debole, così poco spaventoso, ispirava più un senso di pietà. Arianne vide il filo argenteo che le usciva dal suo ventre tendersi… sapeva di non avere molto tempo, estrasse lo stiletto dalla tasca e lo lanciò con precisione verso quell’ombra che sempre più assomigliava ad una larva. Il colpo fu preciso. La larva si contorse per un po’ ma alla fine rimase immobile.

Arianne guardò il filo argenteo oramai spezzato. Guardò la porta luminosa che le si era aperta a fianco.

La mano della nonna l’accolse, come benvenuto sentì il calore ed il riso di molti suoi amici e parenti con non vedeva da tempo.

… to be continued …
Raksati

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Il seme della rinascita 4/6

Arianne aveva assistito a tutta la scena. Era terrorizzata. Aveva solo sentito parlare di quelle macchine demoniache. Aveva visto dei film ed il sapere che quelle cose erano entrate nella realtà l’avevano sempre spaventata. Ed ora era costretta ad affrontarne una. Lei, una figlia di Selene. Come?
La sola molla che la spingeva erano i suoi figli.

Era inutile nascondersi. La macchina sicuramente l’aveva già scorta. Uscì dal suo nascondiglio.
Si mise in mezzo al corridoio. Fissò per un attimo quel viso inespressivo che aveva di fronte.

Cosa stava facendo? Stava pensando? Stava cercando di capire? Non avrebbe mai potuto capire, una macchina non può capire l’abisso che vi è in uno spirito. Mai.
Arianne aveva già in mano il suo falcetto. Con un velocissimo movimento si graffiò il palmo della mano. Una piccola goccia di sangue sgorgò, rossa come la vita, rubino come la passione che bruciava in lei. Intensamente, con un’intensità mai provata prima, pensò alla nonna ed ai suoi insegnamenti. La macchina non riuscì ad elaborare ciò stava accadendo… tutta la pelle sintetica, tutto quello che ricopriva il suo lucente esoscheletro si stava sgretolando. Con uno sforzo di batteria la macchina cercava di ricostruire la sua copertura ma ogni sforzo era vano, le modifiche esterne erano troppo veloci.

Dopo 2” e 456 millesimi l’intelligenza artificiale della macchina smise di consumare risorse per la ricostruzione dell’epidermide artificiale. Abbandonò quella strada che l’avrebbe consumata e trovò, tra i suoi tanti algoritmi di difesa condivisi a livello di stringhe subspazio-temporali la soluzione di ottimo relativo. Ricostruì con uno sforzo di risorse un grande quantitativo di pelle e se la tolse di colpo da dosso, l’attacco continuò sulla pelle consumandola completamente.

Terminator nudo

La macchina attaccò immediatamente, la velocità e la precisione di un processore avanzato. Tre dei quattro arti si allungarono a forma di lame, uno a forma di artiglio. Arianne si aspettava l’attacco ma non così veloce e non così strutturato. Riuscì a schivare le prime due lame, la terza la colpì ad una gamba mentre l’artiglio le afferrò il falcetto e glielo strappò di mano. Era disperata…, Improvvisamente l’intuizione. Pose il palmo sulla lama che le trafiggeva la gamba destra e premette forte. Un grosso fiotto di sangue ne sgorgò e scese lungo tutta la lama. Improvvisamente il corridoio cominciò ad allungarsi, la macchina fece i suoi calcoli ed iniziò ad allungare le lame per non perdere il contatto con l’obiettivo. Ma più allungava le lame più si allungava il corridoio. Ritirò i due arti inferiori ed iniziò a correre.

Arianne intanto pensava, pensava il più velocemente possibile come poteva metter fine a quell’incubo.

… to be continued …

Raksati

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Il seme della rinascita 3/6

D’improvviso Alessandro percepì un movimento in giardino. Era logico supporre che per prenderli non fossero venuti solo in due.
Quelli dovevano essere gli scout.

Un’occhiata ad Arianne e lei si dileguò verso la stanza dei ragazzi.
Alessandro si acquattò vicino una colonna. In questo modo poteva controllare sia le finestre che le due porte.
Passarono vari minuti. Il silenzio era totale ed anche con i suoi acuti sensi non riusciva a percepire nulla.
Il tempo scorreva, fluiva lentamente come il miele entro una clessidra.
Forse si era sbagliato, forse non erano in compagnia, forse erano solo due agenti del luogo capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato, oppure si trattava di giovani reclute che volevano avanzare di carriera…
Un boato alle sue spalle spezzò di netto tutte le sue speranze, una fitta dolorosa al fianco destro, poi uno sbalzo contro il muro. Solo il suo istinto e la sua forza gli permisero di evitare il secondo, probabilmente mortale, colpo.
Si girò verso il nuovo aggressore. Non era preparato a ciò che vide. Una forma umanoide si stava facendo strada tra le macerie. Un’altra la seguiva subito alle sue spalle.
La fredda calma che sprigionava ogni fluido movimento erano il marchio di fabbrica. Quella forza, quella destrezza avevano solo la forma umana, ma null’altro.
Erano delle macchine. Dei maledettissimi strumenti, giocattoli, creati per supplire le abilità mancanti dei loro creatori.
Qualche volta in alcuni di loro aveva anche sentito un fiotto di terrore come se qualcosa fosse imprigionato al loro interno, ma solo per un attimo, solo una volta.
Ma poi, probabilmente, questo “difetto” era stato corretto in qualche modo.
Non ci fu tempo di altri pensieri.
Il volto inespressivo della “cosa” si era avvicinato abbastanza per poter sferrare il colpo. Alessandro colpì con tutta la forza della terra, con la forza della sua razza. La macchina non si aspettava l’attacco, bene, voleva dire che era un modello che non aveva mai incontrato uno come lui prima.

Il corpo fu lanciato attraverso il muro e scomparve nella cucina. La seconda creatura stava salendo le scale. In una frazione di secondo il braccio mutò in una lunghissima ed affilata lama che trafisse Alessandro all’altezza della spalla sinistra. Era argento. Era dolore.
Con uno sforzo enorme Alessandro riuscì a liberarsi dal colpo. Era pronto a continuare il combattimento ma la cosa si girò e continuò a salire con fredda ed inesorabile calma gli scalini. Fu un attimo, il colpo arrivò dalla sua destra, ma Alessandro aveva capito e schivato.

Terminator colpito

La macchina che era stata lanciata in cucina era tornata senza alcun danno apparente. I colpi si susseguivano con velocità crescente, Alessandro schivava, parava, colpiva di rimando ma era conscio che prima o poi avrebbe mancato, si sarebbe stancato… mentre quel modello umanoide era infallibile.

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